WARUM DIE ZEIT? – Roberto Toja
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WARUM DIE ZEIT?

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Le fotografie della raccolta sono state realizzate a Berlino nel giugno del 2009: vent’anni dopo i primi disordini di quell’estate che portò al crollo del noto Antifaschistischer Schutzwall, vent’anni dopo dalla fine di una città, di una nazione, di un’Europa tagliata in due.

Non sono tedesco. Potrei dire che quella storia non mi appartiene, non m’interessa, ma vent’anni dopo avevo ancora in mente, affascinato, le immagini dell’evento: la porta di Brandeburgo illuminata, ‘The Wall’ dei Pink Floyd, l’enorme festa. E poi i calcinacci dentro sacchetti più o meno ufficiali venduti come souvenir, e qui mostrati dagli amici di allora che, a Berlino, andarono nei mesi successivi.

Cos’è lo scorrere del tempo? Vent’anni dopo, anche io a Berlino, rinuncio al classico percorso turistico. Non m’interessa la parte occidentale, ripetitiva e ripetuta nei suoi stereotipi: Osservo e vivo la città ex-socialista, i suoi quartieri ancora così smaccatamente legati a quell’organizzazione urbanistica di regime, eppure in così rapida e continua mutazione. Mi interessano i quartieri popolari di Pankow, la vita all’interno del MauerPark, i centri sociali, gli edifici ancora segnati dall’ultimo conflitto Mondiale: ho in mente un modello (ideale?) di città, e voglio ritrovarla
all’interno del tempo in cui posso dire di esserci stato.

La città Berlino vissuta quindi come un’identità biologica, viva all’interno di un proprio tempo organico, contraddistinta, come un corpo, nelle sue forme peculiari e specifiche irriproducibili in qualunque altra città. Un’entità in cui gli esseri umani, che vi abitano la superficie, generano una loro storia, e con essa contribuiscono alla narrazione dilatata di una città che ha saputo, nel bene e nel male, segnare un ruolo fondamentale nella storia del tempo umano. Stratificazioni visive di Tempo che pare si richiamino l’una con l’altra, all’interno di un unico domandarsi e riferire delle vicende umane.

Per raccontare, scelgo quindi un linguaggio prevalentemente lento e meditato, formato da immagini-ricordo in un bianco\nero essenziale e contrastato, dilatate, grandangolari, vicine alla visione dei vecchi film girati in formato CinemaScope: il modello di riferimento visivo e culturale, lo ammetto, è prettamente filmico, legato in particolare alla trilogia on the road di Wenders. (Anche le poche immagini in 35mm sono proposte come l’alternarsi ideale di tre frames cinematografici).

Immagini, quindi, ‘rubate’, come vuole la cosiddetta fotografia di strada, ma spesso vagliate dall’osservazione disincantata di quanto poteva circondarmi, di quanto, in quell’occasione, potevo incontrare.