LATER – Roberto Toja
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00 (per un’idea di ‘dopo’)

Tutto può essere trovato bello. Tutto può rientrare in una estetica. L’estetica non è altro che il risultato di un’epoca e di una società determinata. L’estetica serve a fare accettare agli individui la società nella quale vivono. Tutte le mostruosità sociali hanno una loro estetica (guerra, miseria, morte, amore, ect.). Ogni cosa trovata bella è destinata a far svolgere all’individuo un ruolo che non è il suo. La bellezza, l’amore, eccetera si oppongono all’odio, all’orrore,
eccetera, che non incatenano l’individuo, ma lo liberano. La sola rivolta individuale consiste nel sopravvivere.

Da ‘Piccolo Memento Panico’. Roland Topor, 1965.

01

Ognuno ha il diritto di conservare la propria memoria. Come più conviene, anche o solo i ricordi più convenienti all’economia della propria esistenza. Ma il presente fluido e impalpabile è adesso. Adesso. È la consapevolezza del vivere solo questo tempo che mi impone di non lasciarmi vivere a rimorchio. Capire, vedere, ricordare impone comunque uno sforzo, un impegno e un dolore interiore: tutto per il fatto stesso che si vive. Almeno per me.
E intanto i ricordi si accumulano, si sovrappongono, acquistano un nuovo significato, oppure lo perdono del tutto.
E da qui l’ossessione di un vuoto da colmare, da riempire se non con la propria estensione fisica, quanto meno con il proprio sguardo. Il bisogno di ricordare, di catalogare ogni assenza per ogni diramazione. E queste azioni di pensiero e di gesti non sono, per me che le svolgo, così diverse dai racconti dei vecchi di quando ero piccolo, quasi sempre rivolto a quel mondo mitologico e mitizzato che fu la loro giovinezza, e al quale sembravano ricongiungersi ad ogni racconto, eliminando così ogni barriera temporale tra il ‘prima’ e un ‘dopo’.
Ora che la memoria, la materia del ricordo mi pare sempre più sfuggente e labile, non mi resta che frugare in questa sporcizia per cercare o creare ex novo congetture, storie, possibili legami tra cose e persone mai conosciute. Dentro a tutta questa irrimediabile morte lenta, stanca e consumante, sono obbligato a rivedere i miei pensieri, ad aggiornarli, ad adattarli ad ogni singolo frammento quasi fosse, questa serie di atti, una pratica legata a chissà quale filosofia del pensiero e dell’agire.

02

È un dato di fatto che queste pareti creano un vuoto capace di sopravvivere all’interno di un proprio tempo, ben al di fuori dal cosiddetto mondo vissuto. Queste pareti creano, dunque, stanze che riempiono ormai uno spazio vuoto, spesso ovattato e sospeso, fine a se stesso. È come se per propria sopravvivenza il tempo (ora personificato attraverso una sensazione fisica da parte dell’osservatore ‘X’) si allargasse attraverso una sua dimensione fisica fino a saturare ogni ambiente, all’interno di queste pareti, capace di contenerlo. E l’azione di tale dilatazione lavora sullo spettatore capitato in queste stanze, giocando sui ricordi, quelli più futili e personali, ad isolare i sensi percettori da qualunque contatto con quanto si può definire ‘presente’, allo scopo di diventare parte egli stesso di quel vuoto, di quella sensazione di tempo denso e dilatato, di quello stesso ambiente. L’estraneazione diventa un modo di compartecipare e comprendere una realtà generalmente riluttante e rinnegata.
E tutto giace li a terra, tra fascino e schifo, spingendo sempre più lo sguardo nel dettaglio per tutto quanto ha avuto un ‘prima’ ed ora sopravvive in una sorta di limbo, in un ‘dopo’. Ogni scarto, ogni scoria diventa un ‘dopo’ che riporta a decifrare quel ‘prima’ utile e vivo.
Ogni ‘dopo’ diventa così simulacro consacrato al ricordo laico, come se gli oggetti non possedessero quel diritto alla tomba, di ritornare in un tutto salvifico e conciliatore. Tutto appare così senza nome certo. Eppure tutto questo è legato ad una propria linea familiare generativa, adesso utile per creare un proprio stato di vegetativa sopravvivenza fuori dalle regole temporali massificate e consuete. Le regole del ‘si’, direbbe Heidegger.

03

Ogni luogo mantiene in sé un enigma che permette, a chi osserva, uno stato contemplativo che garantisce ad un insieme di cose inutili di sopravvivere a se stesse. Nel momento in cui nasce un’empatia tra osservatore e oggetto osservato, si stabilisce una nuova barriera temporale: non c’è più un prima e un dopo, ma solo un lungo presente non scandito da orologio umano, fuori da ogni epoca o dimensione.

04

Il tempo? Qui dentro è come se questo concetto, esclusivamente umano nella sua rettilinea esternazione, fosse davvero un qualcosa di palpabile, solidificato e denso. Adesso solo io mi muovo al suo interno ad alterna velocità, ad alterna frequenza sensoriale (e sempre ritorno ad un mio sogno ricorrente, periodico, in cui indefiniti ambienti umidi, degradati, scivolosi e instabili sono gli unici luoghi che mi accolgono e mi offrono pace e ristoro!).
Ora, qui dentro, solo le pulsioni elementari legate all’autoconservazione fisica sopravvivono come campanelli di un
continuo allarme. Per il resto, solo l’estraniante sensazione di muovermi lungo un confine percettivo della comune realtà. Per il resto, solo i freni inibitori legati all’attuale condizione di veglia, all’interno di questo non-sogno, mi trattengono dal ritornare, di colpo, a tutto quanto ho zittito e rimosso in tutti questi anni trascorsi là fuori, all’interno del cosiddetto ‘civile consorzio’. Qui non esiste più una logica consequenziale dei propri pensieri. Qui è finito il tempo del divagare, del forbito fraseggio compiacente e auto-gratificante rivolto ad un’esistenza generalmente arida e inappagata. Questa veglia rattrappita è solo un deposito verso quanto ha avuto, un tempo, significato e valore. È un punto di partenza per comprendere il peso inutile delle cose materiali.