LASCITI – Roberto Toja
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LASCITI

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Lasciti (epilogo)

di Roberto Toja

Che il cielo m’aiuti…” Così mi ripetevo, per prendermi in giro, ogni qualvolta mi cimentavo ad entrare in una di queste vecchie abitazioni. Non per paura che mi potesse capitare qualcosa, che potesse cedere il tetto o il pavimento, ma per il forcone dell’eventuale contadino che, benché spesso e volentieri le porte fossero già divelte, poteva scorgermi nell’atto di violare la soglia.

Una volta dentro, tutto si chetava. Una volta entrato, le sensazioni che provavo erano le stesse per tutte le case: odore di muffa, di sporco, e tanta desolazione. Oggetti personali o meno lasciati lì, alla rinfusa.
E ancora per tutte, gli stessi pensieri: è questo che rimane di una vita semplice, di quelle che non lasciano una storia? Tutto è servito nel mentre in cui serviva, nel corso del tempo in cui l’utilizzare queste cose faceva sì che si conservassero; che indicassero, nel rispetto del loro valore materiale, nell’essere usate, la vita umana all’interno di
queste case.

Oggetti di tutti i giorni, ausili per condurre una vita dignitosa e meno grama, ma anche tracce intime di chi, in quei luoghi e in quel tempo, ha vissuto: ricevute di pagamento, lettere, cartoline, fotografie.
Fotografie del tempo in cui per fotografia s’intendeva quasi esclusivamente il ritratto, al massimo una foto-ricordo per qualche evento particolare. Ovviamente stampato su piccoli formati. Il mero paesaggio, contemplativo, superfluo e borghese, era ancora un soggetto per facoltosi intenditori di città.
Ritratti: pochi nell’arco di una vita, da usarsi per un documento, per i necrologi dei parenti o amici, per la tomba. Ma anche per testimoniare una raggiunta posizione sociale raggiunta in loco, in qualche città o all’estero (Svizzera, Argentina, Stati Uniti…); per chi partiva per militare, per la guerra. Potrei stilare un’ampia casistica di ritratti incontrati. Spesso, oltre ai volti della gente vissuta lì, cartoline con altri volti: di sconosciuti, certo, non di parenti o amici, ma lo stesso capaci, nelle genti di allora, di conservare un ricordo, di evocare una fantasia, un ideale di bellezza, di moda.

Si è spesso parlato di come la fotografia sia un mezzo rapido ed economico, quasi per eccellenza, per raccontare la società e il proprio tempo, per criticarla, di come il mezzo fotografico sia stato, fin dagli esordi, considerato alla stregua di un mezzo scientifico, e come l’operatore (il fotografo) una sorta di storico-antropologo, con in più la
‘specializzazione’ a cogliere il particolare stato d’animo del personaggio, o dell’ambiente, impressionato nell’emulsione fotosensibile (ricordiamo: davanti ad un apparecchio fotografico si può mentire, ma non fingere!). Di conseguenza, l’operazione fotografica che mi apprestavo a compiere, all’inizio prettamente istintiva, era doppia: recuperare fotograficamente un documento iconografico di un’altra epoca, senza perdere però quelle personali emozioni che quegli ambienti, ormai dismessi, ancora erano carichi.

Indagavo, quindi, con il mio mezzo fotografico. Prendevo appunti tra lasciti e memorie, minori e mute, che non mi appartenevano, che non facevano parte della ‘mia storia’ ma delle quali divenivo, nel tempo in cui durava la mia indagine, forse l’ultimo testimone e comunque datore di una possibile continuità a continuare a rimanere ricordi. A divenire nuovi ricordi.

Le immagini fotografiche che mi prestavo a ritrovare erano varie, dilazionate in un arco temporale di quasi un secolo: dalla cartes-de-visite di fine Ottocento, alle polaroid o fotocolor sbiadite di primi anni Settanta, passando per decine di varianti. In questo lavoro ho dovuto necessariamente optare delle scelte, non riguardanti solo il scegliere la foto meglio riuscita rispetto a quella, da me, giudicata mediocre: ho scelto di concentrarmi su quei documenti fotografici (e non solo) compresi in un periodo temporale compreso nei primi trenta, quarant’anni del secolo appena trascorso, in quanto li ho considerati, semplicemente, più affascinanti: un tempo che, per quelli della
mia età, è legato ai racconti d’infanzia dei nonni, della vita semplice e lenta dei bisnonni, del prozio di vent’anni partito per la Grande Guerra e mai più tornato…
Un mondo orale, di fatica, responsabile di tutto un secolo. Un tempo lontano, ma non troppo.

Le immagini di questo volume sono state realizzate in Valdossola tra il settembre del 2007 e l’estate del 2010.